Osservatorio GM Endurance

Prima le persone, poi i luoghi: come le community stanno cambiando il turismo sportivo

Gruppo di runner e ciclisti riunito su una strada che conduce verso una destinazione.
C’è una scena che negli ultimi anni è diventata sempre meno insolita.

È mattina presto, oppure è appena finita la giornata di lavoro. Davanti a un café, in una piazza o fuori da un negozio tecnico arrivano persone vestite per correre o pedalare. Alcune si conoscono bene, altre sono lì per la prima volta.

Partono insieme. Al ritorno parlano della prossima gara, del weekend, magari di una destinazione dove sarebbe bello allenarsi in primavera.

A prima vista è semplicemente sport praticato in compagnia.

Ma se osserviamo più a lungo quello che succede attorno a questi gruppi, corsa e bicicletta sembrano essere solo una parte della storia.

Nel 2025 i nuovi club su Strava sono quasi quadruplicati, portando il totale sulla piattaforma a un milione. I running club sono cresciuti di 3,5 volte e gli eventi organizzati dai club del 50% rispetto all’anno precedente. Sono dati della piattaforma e non descrivono da soli l’intero mercato, ma indicano con una certa chiarezza la crescita delle forme organizzate e sociali di pratica sportiva.

La spiegazione più semplice sarebbe dire che running e cycling sono diventati più popolari e che, di conseguenza, crescono i gruppi che li praticano.

Probabilmente è vero.

Ma potrebbe non essere sufficiente.

Perché molte di queste community sportive non sembrano nascere soltanto dal bisogno di allenarsi meglio. Sembrano rispondere anche a qualcosa di più difficile da misurare: il bisogno di appartenere a un gruppo.

Ed è quando quella relazione esce dall’allenamento che il fenomeno diventa particolarmente interessante.

Le persone cominciano anche a prendere decisioni insieme. Qualche volta, perfino su dove andare.
Runner e ciclisti riuniti davanti a un café dopo un’attività sportiva di gruppo.

Lo sport risolve anche un problema che non sembra sportivo

Per capire perché un run club possa diventare così importante nella vita di una persona, forse dobbiamo smettere per un momento di parlare di running.

Nel 2025 l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha pubblicato il rapporto della Commission on Social Connection. Circa una persona su sei nel mondo sperimenta solitudine e, tra gli adolescenti, la percentuale arriva al 21%.

Questo non significa che i run club stiano crescendo perché le persone sono sole: i dati non permettono di sostenerlo. Possiamo però osservare che la loro crescita avviene dentro una società nella quale la connessione sociale è diventata una questione sufficientemente rilevante da essere trattata anche come problema di salute pubblica.

Ed è qui che lo sport possiede una caratteristica particolarmente interessante.

Immaginiamo di trasferirci in una nuova città.

Vogliamo conoscere persone.

Possiamo entrare da soli in un locale, sederci accanto a qualcuno e provare ad attaccare conversazione. Ma l’interazione stessa diventa il motivo per cui siamo lì. Bisogna rompere il ghiaccio, trovare qualcosa da dire, capire se l’altra persona ha voglia di parlare.

Ora immaginiamo di presentarci alla partenza di una corsa organizzata da una community.

Non dobbiamo trovare una ragione per stare insieme.

La ragione è già lì.

Corriamo.

Oppure pedaliamo.

L’attività viene prima della relazione e proprio per questo può renderla più facile.

Mettere molte persone nello stesso spazio, però, non basta a creare una community. Il legame diventa più forte quando compaiono rituali, obiettivi comuni, supporto reciproco e un senso condiviso del “noi”.

A quel punto anche la pratica può entrare nell’identità della persona: non soltanto “vado a correre”, ma “sono una persona che corre” e, qualche volta, “sono parte di questo gruppo”.

Questa differenza modifica anche il modo in cui pensiamo all’ingresso nello sport.

Tradizionalmente siamo abituati a una sequenza abbastanza lineare: inizi a praticare, migliori, entri in una società, frequenti altri atleti e nel tempo sviluppi un senso di appartenenza.

Molte community contemporanee sembrano rendere possibile anche il percorso opposto.

Può succedere così: entri perché conosci qualcuno, torni perché ti trovi bene e inizi a frequentare più spesso il gruppo. Da lì la pratica può diventare più regolare e, per alcuni, arrivano anche gare, attrezzatura e obiettivi più ambiziosi.

La performance non scompare.

Semplicemente, l’appartenenza può arrivare prima della performance.

Run Dem Crew è un caso utile proprio per questo. Nata a Londra nel 2007 attorno a Charlie Dark come alternativa ai running club più tradizionali, ha mescolato corsa, cultura urbana, mentoring, attività creative e relazioni. La corsa era il centro dell’attività, ma non esauriva il significato del gruppo.

Quando succede questo, andare a correre non significa più soltanto fare allenamento.

Significa sapere che, quel giorno, troverai quelle persone.

Quando l’identità diventa fiducia

Fin qui potremmo ancora dire che stiamo parlando soltanto di socialità.

Ma frequentando con continuità lo stesso gruppo, alcune persone diventano progressivamente fonti credibili: il compagno con cui pedaliamo ogni sabato, il coach, il ride leader, chi ha già fatto quella gara o conosce bene quella destinazione.

È così che dentro una community iniziano a circolare non soltanto allenamenti, ma anche scelte: quale gara fare, che bici comprare, dove trascorrere un weekend o quale destinazione provare la primavera successiva.

Sono decisioni individuali, ma non avvengono più completamente in isolamento.

Immaginiamo un ciclista che sta valutando una destinazione che non conosce.

Può leggere articoli, guardare video, cercare hotel, studiare i percorsi, capire come trasportare la bici e cercare di stabilire se l’offerta sia adatta al proprio livello.

Ora immaginiamo che il referente del club con cui pedala ogni sabato dica:

“A ottobre andiamo lì. Ho già parlato con una struttura. Saremo in venticinque.”

È sempre lo stesso viaggio.

Ma il processo decisionale è diverso.

La persona non sta più valutando soltanto una destinazione. Sta valutando la possibilità di vivere un’esperienza insieme a persone delle quali si fida.

Il gruppo ha già risolto una parte del problema: con chi andare, se il viaggio è coerente con il proprio livello, chi lo sta organizzando e quale sarà il contesto sociale.
La fiducia non elimina la decisione. La rende meno costosa.

Google vede il click. Non sempre vede da dove nasce la preferenza

Gruppo di ciclisti e runner osserva un percorso che conduce verso una destinazione.
Una ricerca pubblicata dal Governo gallese sui viaggi e soggiorni in bicicletta aiuta a rendere più concreto questo passaggio.

Il 72% degli intervistati utilizza Google o altri siti per informarsi sulla destinazione, ma il 66% utilizza anche raccomandazioni di amici e familiari. Ancora più interessante è l’osservazione qualitativa dei ricercatori: spesso la ricerca online non crea la destinazione da zero, ma serve a specificare o verificare una preferenza che esisteva già.

In altri termini, la raccomandazione non sostituisce necessariamente la ricerca online.

La precede.

Prima qualcuno rende la destinazione plausibile. Poi Google, i contenuti, le recensioni e il sito della struttura servono a verificarla.

Questo cambia leggermente il modo di leggere il customer journey.

Se una persona cerca “cycling hotel Girona” su Google, possiamo attribuire quella visita alla ricerca organica.

Ma Google ci racconta soprattutto l’ultima parte della storia.

Non ci dice necessariamente chi ha messo Girona nella testa di quella persona.

Nel marketing misuriamo molto bene il punto in cui qualcuno clicca. Molto meno bene quello in cui una destinazione entra nel suo immaginario: una conversazione durante una ride, un messaggio nel gruppo WhatsApp, il consiglio di qualcuno di cui si fida.

È un passaggio quasi invisibile agli analytics, ma potenzialmente decisivo nella formazione della preferenza.

Ed è qui che una community smette di essere soltanto un pubblico da raggiungere.

Un’audience è composta da persone che condividono l’attenzione verso qualcosa. Una community contiene anche relazioni tra quelle persone.

Non significa che ogni audience sia passiva o ogni community coesa. Significa che reach e relazione misurano cose diverse: centomila follower possono vedere lo stesso contenuto senza conoscersi; cinquanta membri di un cycling club possono incontrarsi ogni settimana e prendere decisioni insieme.

Una community sportiva non è quindi semplicemente un insieme di persone interessate allo stesso sport. Diventa realmente una community quando tra quelle persone esistono relazioni, rituali condivisi, fiducia e una certa capacità di orientare i comportamenti del gruppo.

Il valore, in quel caso, non sta soltanto nella dimensione della rete, ma nella densità delle relazioni che contiene.

Quando una community sportiva comincia a viaggiare

È quando il gruppo comincia a viaggiare che questa dinamica cambia scala.

Il Serpentine Running and Triathlon Club di Londra, per esempio, organizza da anni soggiorni a Club La Santa, a Lanzarote. Per marzo 2027 propone ai propri membri opzioni da sette e dieci giorni, con coach del club, programmi di corsa, ciclismo e nuoto e una componente sociale esplicitamente centrale nel viaggio.

La cosa più interessante non è che dei runner vadano in vacanza insieme.

È osservare chi ha creato la domanda.

Club La Santa mette a disposizione infrastrutture e ospitalità, ma non deve costruire da zero quel gruppo.

Le persone esistono già come rete sociale prima di arrivare a Lanzarote.

Il club conosce i membri, costruisce il programma e dà al viaggio un significato condiviso. La struttura risolve una parte diversa del problema: offre il luogo e le condizioni perché tutto questo possa succedere.

In un certo senso, Club La Santa rende possibile il soggiorno.

Il club trasforma quel soggiorno in un appuntamento che possiede già un significato prima della partenza.

Questo non rende automaticamente la community un tour operator. La funzione interessante è più circoscritta: può aggregare parte della domanda prima che arrivi alla destinazione come insieme di singoli clienti.

Le community sportive possono quindi influenzare il turismo quando le relazioni tra i membri producono fiducia e decisioni condivise. Un club può far conoscere una destinazione, ridurre l’incertezza della scelta e, in alcuni casi, aggregare un gruppo prima ancora che hotel o DMO entrino nel processo commerciale.

Non serve che venda direttamente il viaggio. Se riesce a orientare una scelta collettiva e a trasformare individui in un gruppo che si muove verso lo stesso luogo, sta già esercitando una forma informale di intermediazione economicamente rilevante.

Ma i club hanno sempre viaggiato

Squadre, società sportive, circoli e gruppi di amici viaggiano insieme da decenni.

Vero.

Il viaggio di gruppo non è una novità.

Quello che può essere nuovo è la forma delle reti che oggi riescono a costruirlo.

Molte community contemporanee sono meno legate a strutture federali, più fluide, spesso nate online e mantenute attraverso piattaforme digitali che consentono di organizzare appuntamenti, condividere percorsi e mantenere relazioni anche tra persone che vivono in città differenti.

Il comportamento non nasce oggi.

A cambiare sono soprattutto scala, strumenti e facilità di coordinamento delle reti che possono produrlo.

Ed è questa combinazione a renderlo interessante per il turismo endurance.

Forse stiamo guardando la parte sbagliata del funnel

Per anni una domanda tipica del turismo bike è stata:

“Come raggiungiamo più ciclisti tedeschi?”

È una domanda legittima.

Ma se una parte della domanda si forma dentro community già esistenti, potrebbe essere utile aggiungerne un’altra:

chi sta già mettendo insieme quei ciclisti prima che noi proviamo a raggiungerli?

Immaginiamo un cycling club di Monaco con centocinquanta membri.

Ogni primavera organizza una settimana all’estero. Il referente non ha necessariamente un’agenzia di viaggi. Magari nella vita fa tutt’altro. Ma conosce il gruppo, sa quali sono i livelli, conosce le aspettative e possiede credibilità.

Per un bike hotel quella persona non ha lo stesso valore di un singolo potenziale ospite.

Ma non ha neppure necessariamente lo stesso ruolo di un influencer.

L’influencer possiede soprattutto distribuzione.

Il community leader può possedere capacità di mobilitazione.

La fiducia, però, da sola non basta. Diventa capacità di mobilitazione quando si combina con una relazione frequente, una leadership riconosciuta e una pratica già organizzata nel tempo.

Un creator può naturalmente possedere entrambe le cose: reach e mobilitazione.

Il punto è che follower e capacità di mettere persone in movimento non sono sinonimi.

Un creator con centomila follower può generare molta più attenzione di un ride leader con duemila. Ma se il secondo incontra quaranta persone ogni settimana e ogni anno organizza due trasferte, quale dei due è più interessante per una struttura che vuole vendere trenta camere per sette notti?

Non esiste una risposta valida in assoluto.

Dipende dall’obiettivo.

Ma la domanda rivela qualcosa: abbiamo imparato a misurare molto bene l’attenzione e molto meno bene la capacità di trasformare una relazione in comportamento.

Il prodotto potrebbe essere la riduzione della complessità

Organizzazione di un viaggio ciclistico tra percorsi, trasporti, alloggio e servizi per il gruppo.
Se accettiamo questo ragionamento, la conseguenza più facile sarebbe dire che ogni hotel dovrebbe creare “pacchetti per community”.

Probabilmente sarebbe troppo semplice.

Proviamo invece a guardare la situazione dalla parte della persona che deve portare venticinque ciclisti in un’altra destinazione.

Il suo valore per la community sta nel conoscere le persone e nel riuscire a tenerle insieme.

Non necessariamente nel passare le serate a coordinare camere, transfer aeroportuali, noleggi, biciclette, percorsi, guide e ristoranti.

Quindi forse il vero prodotto non è il training camp.

È la riduzione della complessità necessaria per realizzarlo.

Questo spiega perché realtà come Eat Sleep Cycle siano interessanti non soltanto come operatori cicloturistici, ma come nodi di un ecosistema locale. Nei propri Cycling Hub combina noleggio, officina, tour, guide, café, eventi e social ride, creando un punto di accesso al territorio oltre che un semplice servizio tecnico.

Il valore non deriva dal fatto di offrire il maggior numero possibile di servizi.

Deriva dal rendere semplice qualcosa che, per il leader del gruppo, sarebbe complicato costruire da solo.

La domanda quindi non è:

“Quanti servizi bike abbiamo?”

Ma:

“Quanto lavoro stiamo togliendo alla persona che deve convincere e coordinare trenta persone?”

Sono due prospettive molto diverse sullo stesso prodotto.

Essere bike-friendly ed essere facile da utilizzare per una community non sono necessariamente la stessa cosa.

Nel secondo caso non contano soltanto deposito, officina e percorsi, ma anche la possibilità di coordinare livelli diversi, adattare gli orari e creare spazi nei quali il gruppo possa ritrovarsi prima e dopo l’attività.

Una bike room, allora, non è soltanto un servizio tecnico.

Una lobby non è soltanto uno spazio di passaggio.

Una guida non serve soltanto a indicare una strada.

Diventano elementi che permettono alla relazione esistente tra quelle persone di continuare a funzionare anche lontano da casa.

Quando una destinazione entra nella rete della community

Rapha offre un altro modo di osservare lo stesso fenomeno.

Il Rapha Cycling Club dichiara circa 23.000 membri e un migliaio di group ride al mese, sostenuti da una rete internazionale di chapter, ride leader e Clubhouse. Le Clubhouse sono presenti in 21 città e funzionano come punti d’incontro oltre che come spazi retail.

La parte interessante non è copiare Rapha.

Una DMO, naturalmente, non può replicare direttamente il modello di un brand membership-based.

Può però osservare il principio che lo rende efficace: una rete diventa più utile quando offre punti di accesso concreti nei luoghi in cui i membri si spostano.

Un membro della community che arriva in un’altra città non riparte completamente da zero.

Può trovare un luogo, una ride e potenzialmente altre persone con cui condividere la pratica.

La rete sociale diventa quindi anche infrastruttura di accesso al luogo.

Questo suggerisce un’idea interessante per le destinazioni.

Forse non devono sempre costruire una propria community.

Potrebbero diventare più brave a inserirsi nelle reti che esistono già.

Non attraverso l’ennesima “community activation”, ma rendendo possibile qualcosa che quelle persone desiderano fare: un camp, un evento, una settimana insieme, l’incontro con un club locale, l’accesso a percorsi e servizi difficili da organizzare autonomamente.

La domanda cambia.

Non più:

“Come possiamo utilizzare questa community per promuovere il territorio?”

Ma:

“Che cosa possiamo permettere a questa community di fare qui che altrove sarebbe più difficile?”
La prima domanda cerca visibilità. La seconda prova a costruire valore.

Perché una community non è una tattica di marketing

Una community sportiva, però, non è automaticamente un asset commerciale.

Non tutte sono coese, non tutte vogliono monetizzare e migliaia di membri su Strava non significano necessariamente capacità di mobilitare un gruppo.

È importante ricordarlo perché i dati disponibili non ci permettono ancora di sostenere che il turismo endurance si stia spostando in massa verso questo modello.

Quello che osserviamo è una dinamica più circoscritta ma plausibile: pratica condivisa, identità e fiducia possono creare le condizioni perché alcune decisioni vengano prese collettivamente e, in alcuni casi, trasformarsi in viaggio.

Non è una nuova legge del turismo.

È un comportamento abbastanza interessante da mettere in discussione uno dei suoi assunti abituali.

Abbiamo immaginato la destinazione come il punto intorno al quale aggregare persone.

Le community mostrano che, qualche volta, il processo può avvenire al contrario.

Prima si aggregano le persone. Poi si sceglie il luogo.

Se questo comportamento dovesse consolidarsi, diventerebbe sempre più importante capire dove si forma la fiducia prima della scelta: chi orienta il gruppo, quali rituali lo tengono insieme, cosa lo spinge a muoversi e cosa rende una destinazione abbastanza credibile da entrare nella sua prossima conversazione.

Per anni ci siamo chiesti dove vogliono andare gli sportivi.

Forse dovremmo iniziare a chiederci un po’ più spesso con chi stanno decidendo di andarci.

Stai lavorando sul posizionamento endurance di una destinazione, struttura o evento?

GM Endurance lavora su strategia, prodotto, community e comunicazione nel mercato endurance.

Parla con noi
Nicholas & Francesco